A proposito di stereotipi

taboo

Però adesso voglio dire la mia, visto che non sono bionda.
Sono immensamente grata alla schiera di uomini e donne che si sono battuti per i diritti dell’umanità, affidandoci un mondo assai migliore di come l’avevano trovato loro. Ma a quegli uomini e a quelle donne noi stiamo facendo un gran torto con certi dibattiti ideologici così in voga. Io non ce li vedo Marie Curie o Martin Luther King, Gandhi o Giovanna d’Arco ad accapigliarsi su sindachessa, ministra, quote rosa, genitore A e B e diversamente-qualunque cosa. Sembra di giocare a Taboo.

Come se poi fosse colpa delle parole. Come se fossimo noi a dare un nome alle cose e non fosse invece inscritto nella loro essenza. Per gentile concessione possiamo scegliere il nome di un figlio, e anche lì non ci basterà una vita intera per capire se ci abbiamo azzeccato dopo 9 mesi di riflessione, assemblee famigliari e smorfie degli amici. 

E così, per rimuovere uno stereotipo, finiamo per crearne altri.
Io non voglio essere trattata come un uomo. Il mio amico ugandese non vuole essere trattato come un bianco. Il mio cugino senza gambe non vuole essere trattato come quello che ne ha due. Vogliamo tutti essere guardati e riconosciuti e amati per quello che siamo. Ma andare al nocciolo, al seme, all’origine della questione ci fa paura. Dovremmo ammettere che le ragioni inalienabili della nostra pari dignità stanno nel nostro essere tutti, ma proprio tutti, figli. Dovremmo chiamare le cose col loro nome senza inventarcelo noi.
E amare tutti come solo un padre sa fare. Ciascuno a modo suo.

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