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Figli di papà

Spesso dico a mio marito che è proprio un figlio di papà.
Desiderato, coccolato, stimato, sostenuto, incoraggiato, se ne va in giro nel mondo da 40 anni e passa con la baldanza di uno che ha sempre le spalle coperte. Con grande disappunto del nostro assicuratore, che ogni volta di fronte a tanta incoscienza ci pronostica le peggiori sciagure.
La verità è che gli invidio questa sua spensieratezza di creatura. 
Lui davvero non si affanna per quel che mangerà e per come si vestirà. Per chi gli stirerà le camicie e per chi gli rifarà il letto. (A onor di pari opportunità nemmeno io mi affanno per chi farà il cambio gomme e per chi pagherà la TARI.) Sa che se si dimentica le chiavi qualcuno gli aprirà.
Non tutti sono così fortunati. Ci sono bambini abituati ad avere fame e a prendere botte. Altri convinti di doverselo meritare l’amore. Se ne vanno in giro come figli di nessuno, sempre con l’ombrello dietro perché non si sa mai.

Ci penso spesso all’amore respirato in famiglia, sminuzzato in una miriade di piccole abitudini apprese quasi per osmosi, che senza far rumore a lungo andare ci plasmano. I pranzi della domenica, il bacio della buonanotte, mia nonna che quando il pane cade a terra lo bacia, si mangia tutto perché i bambini in Africa, i soldi non sono un problema, i vecchi hanno sempre ragione. E poi anche i riti noiosi di cui non capisci il senso, i ricordi sbiaditi del catechismo, le poesie di Natale imparate a memoria, gli scherzi fatti a suor Candida, le processioni di Ferragosto con la banda e le litanie biascicate in dialetto, i comandamenti che pare timbrare il cartellino e invece.
Una monotonia di minuscole briciole che ci ha nutrito per quando avremmo avuto fame.

Il sole che sorge dopo la notte più buia.
La primavera che alla fine ha la meglio.
Uno che comunque vada ti aspetta sempre.
Incalliti mangiatori di carrube perché poi tanto c’è l’abbraccio del ritorno.

Sto pensando a queste buone abitudini che ci hanno svezzato, fatti sentire amati e al sicuro, resi forti, quando mi arrivano dal giardino le chiacchiere tra fratelli.
“Oggi non si mangia il gelato, – dice un grande al piccolino – perché è venerdì e Gesù è molto triste.”
E quello facendo spallucce: “Vabbeh, ma tanto poi risorge!”

Hai ragione, bambino mio, non c’è ginocchio sbucciato o brutto voto in pagella, sgambetto di un amico o amore tradito, non c’è notte o tempesta o che possa farti tremare, non c’è pietra o soldato che tenga, se c’è Uno che tanto poi risorge.
Puoi dormire sonni tranquilli, figlio di papà che non sei altro!

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