Genitori putativi, figli affidatari

Putativo è una parola strana. Significa: apparente, presunto, come se. Insomma, una controfigura. E infatti un po’ ci faceva pena quel barbuto falegname di provincia che scopriva la giovane fidanzata incinta di un altro, ma era talmente cotto di lei che decideva di prendersela in casa crescendo un figlio non suo come se. Nonostante le male lingue. Nonostante i calcoli che la gente ti fa in tasca. Nonostante non ti assomigli nemmeno un po’. Quel bambino è tutto sua madre, dicevano.
Il custode, così ce lo raccontavano a catechismo, come se questo riparasse il torto. E io me lo immaginavo una specie di portiere, di sagrestano, di maggiordomo. Uno che gli prestava il cognome, guidava l’asinello e stava sempre un passo indietro. Come se moglie e figlio fossero suoi.
Eppure non doveva pensarla così la madre. “Tuo padre e io angosciati ti cercavamo.”

Ecco, tuo padre e io ci sentiamo spesso come quel poveretto, specie di venerdì.
Allora io gli dico: “Noi non siamo abbastanza”. E lui, che sa far di conto, mi risponde: “No, in effetti loro sono 3 più di noi.”
E voi per ora chiudete un occhio, al massimo ci dite “Brutti e cattivi”, ma dopo due minuti ci avete già perdonato. Eppure io me lo sento che arriverà quel giorno anche per noi, quando chiavi in mano ci direte: “Ma dai, che non lo sapevate?”

Non lo sapevate che non siamo vostri ma è come se?
Che custodirsi è l’unico modo di amarsi qui sulla terra?

Voce del verbo custodire

* No, non è un refuso, volevo proprio dire “affidatari”. Anche se adesso è come se fosse il contrario.

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