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Il colmo dell’amore

«È l’amare, non l’essere amati, che conta.» Grazie a quella frase che spesso ripeteva sua madre quando Shūichi era bambino, e che ora chissà perché gli era tornata d’un tratto alla mente, si era infine convinto che una buona infanzia significasse quello in sostanza: essere stati amati a tal punto e in tale benedetta abbondanza da potersi permettere un giorno la posizione inversa, quella di chi ama. *

Me lo sono appuntato da qualche parte, questo stralcio dell’ultimo libro di Laura Imai Messina, un’autrice divenutami negli ultimi anni molto cara. Per tanti motivi, ma dovessi sceglierne uno direi per la sua gentilezza, virtù rara di questi tempi, che lei è andata a respirare in Giappone.   

Me lo sono appuntato questo stralcio, perché a me pareva di aver capito in questi ultimi anni, e non senza fatica, che fosse invece il contrario. Che fosse piuttosto il sapersi amati a dare senso e struttura e pienezza alla vita, tanto da dividere il mondo tra chi si sa figlio e chi si sente orfano. Tra chi si sente sempre a casa e chi perennemente esule. Non per nulla ci abbiamo chiamato un figlio, Amato.

Eppure mi chiedo.

Adulti un tempo bambini furono allora talmente amati da vivere oggi di rendita? Da non sentirsi mai in debito d’amore? O non sarà che siamo un po’ tutti ora adulti capaci di tracimare e l’attimo dopo bambini che ancora pestano i piedi e reclamano amore?
E quale sarebbe il colmo oltre cui l’amore trabocca? Quanto amore bisogna versare perché la misura dei nostri figli sia piena? E un domani possano pescare a piene mani e dar via senza badare a sprechi? Cosa pesa di più nella riserva accumulata da bambini? L’amore o gli sbagli? Cosa tratterranno di noi?
E poi. Non si consumano quelle scorte d’amore, fossero pure ben pigiate, a forza di anni e di batoste e di crepe? Siamo tutti vuoti a perdere? Si può attingere da una dispensa secca, raschiare con le unghie il fondo? Si possono mettere ipoteche sulle promesse? È il pieno che riempie o il vuoto a farsi spazio? È nato prima l’uovo o la gallina?

A me pare che i conti non tornino mai, quando si tratta di amore. Di averne sempre sete, e fame, e paura.
Sì, ma quanto? Quanto grande? Quante volte? Fino a quanto? Per quanto ancora?
Che tutte quelle storie di padroni e di talenti e di debiti e di crediti e persino di pani e di pesci e di vino annacquato e di granai e di pecorelle e di spiccioli – e insomma ogni volta che ci si infila di sghembo un po’ di matematica – siano messe lì per prenderci in giro, a noi calcolatori seriali inclini alle scadenze e ai pronostici.
70volte7, 12cestepienedispreco, gliultimiprimi, centoquarantaquattromila o poco più, 44gatti, ventordici, il centuplo, una roba che nemmeno te la immagini.
Per ricordarci che all’inizio della storia, andando a ritroso, c’era solo un’esuberanza di Amore e nessuno che la stipasse. Lo spreco tipico di chi si sa figlio ed esce di casa senza ombrello.

* Laura Imai Messina, L’isola dei battiti del cuore, Ed. Piemme (ma sono tutti belli!)
** L’amore non riempie il mio vuoto, ahia! Al minuto 10 o su per giù cliccando qui. Dall’anno 0 o su per giù il colmo dell’amore è un vuoto che preme fino all’osso.

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