La cura

Io me lo ricordo, quando noi ragazzine di 14-15 anni ascoltavamo “La cura” e un po’ intuivamo che quel volersi bene andava oltre i messaggini infilati di soppiatto nelle tasche con le caselline da barrare, oltre le scritte sui muri del bagno di scuola, oltre i primi baci rubati sulle panchine. Io me lo ricordo di quell’età sospesa, in cui l’amore dei genitori non ha più nulla di romantico e l’amore dei nonni ancora nulla di erotico. Quando erano farfalle nello stomaco e delusioni cocenti. Quando non avevamo nulla da perdere e nulla da promettere. Chiederci quando sarebbe arrivato anche per noi, esseri speciali nelle nostre camerette di peluche, il tempo della cura. Tempo di ipocondrie, di capelli bianchi e di malattie, tempo di silenzio e di pazienza. Tempo solo intuito, tempo rimandato. Me lo ricordo che un po’ ci piaceva immaginarci così, protette sollevate guarite salvate, in un abbraccio finalmente riposo.

Me lo ricordo oggi, che a volte mi ruba il sonno la cura di esseri speciali fioriti come papaveri d’estate sul bordo di una promessa più grande di noi.
Oggi che vorrei proteggere, sollevare, guarire, salvare.

Oggi lo so che non bastano due mani e nemmeno quattro, che non basta tutto l’amore del mondo fatto poesia.
Perciò custodiscili Tu e dormirò sonni tranquilli.

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