Ricominciare, cioè risorgere

Ci sono cose di cui proprio non si vede la fine, malattie che sembrano non guarire mai, difetti – sempre gli stessi – contro cui combattiamo ogni giorno e che ogni giorno ci buttano al tappeto. I soliti discorsi, le solite notizie, le solite risposte-toppa. E non ci si crede più che tutto andrà bene, che prima o poi guarirai, che a forza di lottare diventerai migliore. Non se ne vede la fine.

E lo so che non è vero, che dev’esserci dietro una pedagogia materna, perché a ogni tentativo qualcosa almeno dentro cambia, e che il tempo lavora il cuore di chi si lascia fare, che l’amore seminato non va mai sprecato. Ma io, dopo tanto stringere i denti, sono proprio stufa.

Sarà perché ripeto, ma non ricomincio. Metto il naso sottoterra, ma non germoglio.
Perciò mi piace la Pasqua. Quando scendi con tutte le tue piccolezze nella tomba e poi finalmente rinasci.
Perciò mi piace ancora di più il Lunedì dell’Angelo. Quando dopo tanto affannarsi, ti senti chiamata per nome, e da lì ricominci. Come fosse il primo giorno della creazione.

* “La parola conversione vuol dire etimologicamente tornare alla buona origine… Se voglio ricominciare c’è un luminoso centro: io sono prezioso e i miei errori non dicono la mia verità […] Se sono fatto a immagine e somiglianza di Dio, allora anche io sono amore […] Io rientro in me stesso (torno a casa) quando penso bene di Dio, e penso bene di Lui quando lo penso Padre. Invece perdo me stesso quando penso male di Dio, e non lo penso Padre, perché penso male della mia origine. E questo diventa vivere di merito, di fatica, di strategie. Un pensiero da orfani autoprovvidenti, un pensiero disperato che diventa ansia di autoaffermazione, bisogno di sottolineare – nei modi più disparati – il mio ego.”
Fabio Rosini, L’arte di ricominciare pp. 256-267.
Finalmente terminato, dopo oltre un anno e due matitoni rossi e blu. Con la sensazione di averne colto circa un decimo.

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