Facciamo festa!

palloncini

Mi piacciono un sacco i battesimi, quasi più dei matrimoni. Non devi organizzare i tavoli o restarci seduto per ore, non devi lanciare o acchiappare un bouquet e puoi vestirti del colore che vuoi. In più si mangiano le patatine, e in genere ci sono tanti bambini. Però questa volta niente festa con gli amici dopo il rito in chiesa. E un po’ dispiace, perché quando ti nasce un figlio vorresti festeggiare col mondo intero. Vorresti far volare palloncini nel cielo, mettere giù dei tavoli e offrire da bere a tutti quelli che passano, distribuire caramelle, lanciare coriandoli (sì, anche se sporcano), suonare la chitarra e fare i balli di gruppo.   

Gli antichi, che avevano un dio protettore dell’ospitalità, e i terroni del mondo, che è sempre l’ora del caffè, lo sapevano e lo sanno bene: che la felicità non va tenuta stretta, perché condivisa si moltiplica. E giù a grigliare vitelli grassi, a riempire otri, a infornare pagnotte. Ogni occasione era buona.
A volte, quando proprio erano allegri, lo chiamavano Giubileo. Altro che Capodanno, durava un anno intero! Ogni cinquant’anni, al suono della tromba, si abbandonava la zappa lì dov’era e si andava tutti in vacanza. Si stracciava l’elenco dei debitori, si liberavano gli schiavi e ognuno tornava nella terra dei nonni. Perché la terra non è tua e gli schiavi nemmeno: ti è stata data e tu l’hai zappata, buon per te, ma ora facciamo festa!
Mi piace questo prendere e lasciare come fosse un cambio della guardia. Mi piacciono le città con i portici dove si può camminare senza ombrello. Mi piacciono gli uomini che piantano gli alberi anche se non li vedranno mai. E i riccioli di marmo in cima al Duomo, dove arrivano solo i piccioni. È uno spreco fisiologico, che nasce da un esubero di gioia.

Non potendo riversare l’allegria sui nostri 200 amici stretti e qualche parente venuto da lontano, sabato i miei figli hanno pensato bene di lasciare la porta aperta tutto il pomeriggio e di sbracciarsi dai balconi chiamando i vicini a far festa. Il pianerottolo è diventato un grande corridoio e anche senza vitello grasso siamo rimasti seduti a tavola fino al tramonto.
È stato come mollare la zappa e tornare in Terronia.

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