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Fuori posto

Io odio la montagna.
E pure quelli che ti dicono: è facile, basta vestirsi a cipolla. E poi sul più bello tirano fuori dai loro zaini magici dei fighissimi capi super tecnici che pesano 2 grammi e sono perfetti per qualunque latitudine qualunque meteo qualunque incarnato, mentre tu ti affanni a ripiegare mestamente il tuo kway di quando Baden-Powell era ancora vivo.
Odio la montagna perché mi fa sentire inadeguata. E non perché mi sento un puntino infinitesimale di fronte all’infinita maestà delle sue cime, ma perché non so mai cosa mettere nello zaino. Quando ci muoviamo tutti insieme, mi sento 8 volte inadeguata.
E poi in montagna fa freddo. Ma io dico: se gli uccelli più scaltri migrano infaticabili verso il caldo, che ci faccio io nell’armadio della roba invernale quando fuori ci sono 40 gradi all’ombra?

Perciò, quando ci hanno regalato 2 biglietti per il trenino rosso ho detto: ok, ma nel weekend più caldo dell’anno. Altro che laghetti ghiacciati e foliage! (Fateci un giro sul trenino rosso, fatevelo regalare e regalatelo! È un’esperienza meravigliosa! …e comunque le carrozze sono riscaldate.)

Nella mia magnanimità, dopo 13 anni che gli rovino le sorprese, a sto giro mi sono trattenuta dal chiedere al mio prode cavaliere dove dormiamo dove mangiamo quanto spendiamo. E così, dopo un meraviglioso viaggio sul trenino rosso tra verdi prati, cime innevate e deliziosi campanili, mi sono ritrovata seduta davanti a una fonduta di formaggio nella neutralissima patria degli orologi puntuali e delle mucche viola. Con addosso la maglietta dei sette nani.
E nonostante la fonduta riuscivo a sentirlo, il profumo dello shampoo more e gelsomino della fata dei boschi seduta al tavolo accanto. Una nuvola di capelli biondi e caldo mohair con delle babbucce di seta che sicuro non era venuta su a piedi, mentre sfogliava la carta dei vini con una spensieratezza che io nemmeno l’ultimo giorno di scuola.
E io con la maglietta dei sette nani che volevo solo togliermi le scarpe sotto al tavolo.

Inadeguata punto e basta. Fuori posto come Dory in un mare di squali. Come quando ti cola il naso e non hai i fazzoletti. Come in certi brutti sogni che devi ripetere l’esame di maturità, in inglese, in pigiama.

Nella patria della fonduta, invece, è tutto a posto.
La giusta dose di mamme appagate con passeggini ergonomici, di signore toniche con cani ben pettinati, di ragazzi dai denti bianchissimi che fanno jogging. Persino le mucche nei pascoli, i fiori campestri e le pozzanghere sembrano sparsi a piene mani da un generoso algoritmo. (Niente scritte sui muri, niente bambini urlanti, niente adolescenti brufolosi. E ora che ci penso nemmeno un disabile, in questa urbanistica così inclusiva.)
Rilassati, sembrano dirti, sei nel posto giusto al momento giusto.   

E io, che mi sento sempre così sbagliata, ritorno al di qua del confine con un vago senso di nostalgia per le mie imperfezioni.
Nel weekend più caldo dell’anno, camminiamo zitti zitti sotto la pioggia, sul bordo di un lago che ieri brillava incastonato tra il verde e oggi dobbiamo immaginarcelo. Il primo km impreco contro 3Bmeteo, le mie suole lisce e il fon che ho lasciato a casa; poi mi arrendo, cammino e basta. Sento il freddo nelle ossa, le gambe pesanti, i piedi bagnati: sono viva.
Nei giorni che seguono mi ritrovo a guardare con tenerezza i miei talloni screpolati, qualche pelo sfuggito alla furia omicida, le occhiaie da panda, i primi capelli bianchi. Sono sudata, stanca, storta, anemica, sono viva.
E poi mi attardo sulle debolezze del cuore. Sono arrabbiata, delusa, pigra, irrisolta. Penso cose che non vorrei e spesso le dico pure ad alta voce. Sono invidiosa. Sono triste. Sono viva.   

Sono nel mio corpo. Sono nel mio cuore. Sono nel posto giusto al momento giusto.
Che mi piaccia o no, provengo da due storie di fango e grazia che si sono incontrate in un attimo, dopo millenni miliardi trilioni di fantasiosi imprevedibili arzigogolati incontri, fino al giorno del mio compleanno.
Benedico la storia che ha portato fino a me, quella che mi ha attraversato, quella che ha lasciato dei segni.
Benedico le ombre, i chiaroscuri, le albe e i tramonti.

E il mare.

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