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Settembre

Ogni anno sento il bisogno di congedarmi pian piano dall’estate trattenendo un piccolo ricordo che mi faccia ripartire: un pezzo di vetro smussato dal mare, un aculeo di istrice, una cartolina sbiadita, l’ultima boccata di iodio, l’ultimo tramonto, l’ultima stella cadente. Non mi affanno a cercarli, aspetto che mi restino tra le mani quasi per caso, come briciole di Pollicino sparse sulla strada del ritorno.

Cattedrale di Otranto. Proprio all’uscita, mi rapisce il sorriso di una madre con bambino più uccellino. Non l’avevo mai vista una Madonna così, con le ciglia perfettamente truccate, figuriamoci il bambino. A rivederli in foto adesso, quei due non si tolgono gli occhi di dosso, eppure posso giurarci che per un attimo hanno guardato proprio me.   

Sempre sulla strada del ritorno, vagabondiamo tra gli ulivi e i muretti a secco di Monopoli, curiosi di scovare Parco della Vittoria e Viale dei Giardini. Invece ci perdiamo in contrada Cristo delle Zolle. E io me lo immagino un piccolo Cristo che impasta polpette di fango, che più grandicello inciampa e si sbuccia, che macina chilometri sotto i piedi scalzi, che scrive per terra, che prega in ginocchio, che impregna col sangue la strada riarsa, che infine per tre giorni vi trova riposo. Un Cristo delle zolle umide sotto la neve, delle zolle tenere brulicanti di vermetti, delle zolle spaccate bramose di pioggia, delle zolle croccanti di foglie secche.
E se ho a cuore le zolle del campo, non avrò cura di te, figlia dell’uomo?

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