Qualche giorno fa un pranzo di famiglia si è trasformato in un’animata discussione su questi tempi bui. Ho bisogno di scriverlo, a distanza di giorni, che adesso non me ne frega nulla di aver torto o ragione. Che adesso vorrei solo non aver aperto bocca, per non rivedere la faccia imbarazzata dei miei figli che mi dicevano: ok, adesso basta, mangiamo la torta. Che adesso vorrei chiedere scusa a tutti ma non so nemmeno io di cosa.
Perché mentre dicevo la mia (ed erano mesi forse anni che non dicevo la mia su cose che invece sento molto mie, perché le mamme fuori scuola parlano di deleghe, capricci, pidocchi e quinte malattie), pure il mio cuore non era in pace.
Perché mentre dicevo la mia (e alla mia ci sono arrivata a forza di dubbi, di batoste, di litigate, di traslochi, di pianti) pensavo a cosa avrebbero pensato i miei figli, di quella mamma che piange per la guerra nel mondo e si dimentica la cena sul fuoco, che ci chiede di fare la pace e poi ci urla addosso per i calzini sporchi sotto il letto.
Perché mentre dicevo la mia, nonostante lo strazio emotivo che ogni volta comporta per me, così insicura di chi mi vuol bene e potrebbe non volermene più, vedevo chiaramente che c’è del vero di qua e di là, ma quanto è difficile ammetterlo. Che vogliamo tutti la pace, ma poi litighiamo per dirlo. Che ogni punto di vista è prezioso, che non vale la pena ferirsi ma a volte vale la pena correre il rischio, che è bello ascoltarsi e cambiare idea, che anche discutere serve se non viene meno la stima, che i bambini ci guardano.
E allora? mi chiedo. Posso restare in silenzio davanti a tutto questo? Posso per quieto vivere far finta di niente? Posso eludere le domande scomode, zittire la rabbia, non guardare, non leggere, non piangere, non dissentire, non scandalizzarmi?
Posso dire la mia senza sventolare una bandiera, senza alzare la voce, senza far torto a qualcuno? Posso persino scendere in piazza mantenendo la pace nel cuore?
Il primo giorno di scuola i nostri figli hanno fatto un minuto di silenzio per la pace. In quel minuto, che non è mai silenzio se hai qualcuno che ti ascolta, hanno buttato dentro tutte le loro paure, senza saperne di bandiere e di colori. In quel minuto hanno desiderato, sofferto, imprecato, sperato. Stando coraggiosamente zitti.
Guardando a quel minuto, ho intuito che la preghiera per la pace non è ingenuo sentimentalismo, né inutile sforzo, né resa incondizionata. Piegare le ginocchia, chiudere gli occhi, alzare le mani, incrociare uno sguardo, bestemmiare persino, dice la sicurezza di essere ascoltati (e ancor prima amati) senza la pretesa di aver ragione. Farlo ogni giorno dice la fedeltà a un silenzio abitato, la tenacia di un figlio bambino. Farlo insieme dice il sapersi fratelli su questa terra. La preghiera per la pace – protesto – non serve a nulla, non cambia il mondo. Eppure cambia me. Mi ricorda chi sono.
Non scenderò in piazza, pur condividendone le ragioni. Proprio perché ne condivido le ragioni. Accetterò volentieri i piccoli disagi che affaticheranno il mio solito venerdì già in affanno.
Addomesticherò il mio cuore alla pace.
E io? Cosa posso fare per Gaza?
Manifestare senza slogan, c’è chi lo sa fare
